• R.L.

MI RICONOSCI DAVVERO?

Il bisogno di riconoscimento è una necessità fondamentale dell’essere umano sin dalla nascita e forse anche prima, come confermano da anni gli studi dell’Infant Research. Il bambino soddisfa le sue necessità biologiche fondamentali ed inizia ad esistere, a percepire la propria unicità ed i propri confini grazie alla relazione che stabilisce con i propri caregiver.

Si tratta di abilità che nel corso dell’intera vita si affinano e si potenziano notevolmente, scindendosi dalle pure esigenze della sopravvivenza per iniziare a divenire il mezzo attraverso il quale definiamo e valutiamo noi stessi, le nostre capacità e il senso di autostima ed autoefficacia.


Accade di frequente che per ottenere approvazione da parte delle persone che ci circondano, per sentirci “normali” o speciali, ci identifichiamo in modelli che non ci appartengono, con la conseguenza di non poterci esprimere pienamente per quello che siamo e per come sceglieremmo di agire secondo il nostro autentico sentire. Ancora più spesso, il raggiungimento di uno status socioculturale ritenuto di prestigio diventa l’obiettivo fondamentale della vita di alcune persone, che scambiano l’amore con la considerazione positiva da parte del resto del mondo.

Nonostante il successo, alcune persone continuano a provare un profondo senso di insoddisfazione e di vuoto, sentono che l’amore tanto cercato non è raggiungibile con questi mezzi e che la loro possibilità di esprimersi è limitata a quelle risposte che suscitano approvazione da parte degli altri.

Così, può accadere che pur conoscendo i nostri veri desideri e aspirazioni, non ci permettiamo di esternarli per prestarci al gioco della conferma sociale in molti campi della nostra esistenza: non esterniamo i nostri sentimenti perché temiamo di essere respinti o giudicati all’antica, non perseguiamo il lavoro che vorremmo davvero fare perché è più saggio ottenere un “posto fisso”, non ci vestiamo come vogliamo per paura di non essere alla moda, non diciamo quello che davvero sentiamo e pensiamo per non contrariare nessuno. Finiamo dunque per ottenere un riconoscimento parziale, relativo più alla maschera che ci siamo costruiti che non al nostro vero essere.


Essere riconosciuti è un atto di coraggio oltre che una benedizione, implica l’audacia di mostrarci al mondo con tutte le sfaccettature che ci caratterizzano, comprese quelle imbarazzanti, meno comuni, difficili. Significa essere consapevoli noi per primi della nostra storia e dei motivi per cui siamo fatti in un certo modo, del lavoro di cambiamento che ci ha plasmato negli anni, delle crisi e delle difficoltà che abbiamo affrontato nella vita.

Ci sentiamo veramente compresi e visti quando chi ci sta di fronte, o anche solo noi stessi, riusciamo a riunire in un’unica impressione ed espressione la complessità che ci caratterizza, senza segno positivo o negativo, ma solo come individualità. E la gioia autentica, l’incontro amorevole tanto cercato, può avvenire solo a condizione che l’altro veda tutto di noi senza opporre giudizi.

Dopo tanto vagare nei disperati tentativi di trovare o ritrovare quell’amore incondizionato dei nostri caregiver, che con i loro sguardi e cure ci hanno resi consapevoli di Essere con tutte le nostre caratteristiche distintive, una possibile direzione di crescita è quella di coltivare l’ardire e la resilienza per confrontarci con emozioni intense di comprensione o allontanamento da parte dell’altro, evitando di cadere nella trappola di sentirci per questo da meno o di più di qualsiasi altra persona, o scivolare in sterili lotte di potere.



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